Sono passati 3 anni dalla stesura di un articolo sulla sottrazione che ho più volte citato durante speach pubblici e lezioni.
Probabilmente nacque sotto una buona stella e fu generosa quella riflessione, articolata su più fronti, che mi aiutò a collegare più spunti per poi scriverlo.
Nel mio libro torno a parlare di sottrazione nel paragrafo dedicato alle parole “Una parola non vale l’altra” e lì si innesta anche un pensiero sul rumore nel quale siamo immersi, nell’abbondanza di esposizione a cui siamo sottoposti con le ovvie conseguenze di costruire distrazione invece che attenzione.
Esiste anche una parola -infodemia- che identifica questa quantità eccessiva, talvolta non accuratamente vagliata, di informazioni che ci assale e rende difficile orientarsi e individuare le fonti attendibili.
Da questa indigestione nasce la debolezza della parola che vuole essere informazione ma che rischia di non (in)formare più perché si disperde.
Abbiamo bisogno di silenzio
Peccato che sia non facile generarlo e quindi collocarci in una dimensione di insonorità e sordità.
Il silenzio può essere rivoluzione dice Nicoletta Polla-Mattiot ed io reduce da due mesi di riflessioni su usi eccessivi di smartphone e social network da cui metterci a dieta, mi sento particolarmente incline a ragionare di pause generative.
E il silenzio genera insperata attenzione
Adesso però vi racconto un esempio di una sottrazione urbana che produce attenzione insperata.
Pare infatti che la rimozione di cartelli stradali, dossi artificiali, linee bianche, segnaletiche di varia pittura che invitano a rallentare produca meno incidenti.
Il che significa che tutta questa sottrazione obbliga a prestare più attenzione, spesso latitante, laddove ci sentiamo protetti da un sistema di grafiche e di comunicazioni che ci spinge a farlo.
Ci ha lavorato un designer olandese, Hans Monderman, nel secolo scorso applicando le sue competenze alla progettazione delle cosiddette “Strade nude”.
Il principio è semplice: in un sistema iper-regolarizzato e guidato siamo meno cauti, cioè rispettosi delle regole ma superficialmente. Se il contesto enfatizza i rischi, aumenta il comportamento responsabile che diventa così un fatto collettivo. Perché tutti sono “obbligati” a farlo.
È successo a Oosterwald in un incrocio che ha perso ogni segnale senza più neanche cordoli per le ciclabili, a Exhibition Road a Londra, a Sonnenfelsplatz a Graz e in altre città.

Foto: Londra da https://www.udg.org.uk/publications/articles/exhibition-road-london-decade
Ricordo ancora che a Firenze quando venne pedonalizzata piazza del Duomo, la confusione inizialmente regnava tra chi camminava, sostava e fotografava e chi invece si arrangiava in bicicletta, come poteva, per attraversarla in assenza totale di percorsi dedicati. Era spaesante e richiedeva, come tuttora, estrema attenzione alle traiettorie da compiere.
Dare allora agli individui il potere di riprendersi il controllo può essere una strategia per orientare i comportamenti verso un’attenzione positiva e funzionale.
Ecco un potere insperato della sottrazione che può però orientarci verso cammini poco esplorati.
cover: Sonnenfelsplatz da https://www.bm-landgraf.at/project/sonnenfelsplatz-platzgestaltung/