Maggio 6, 2026 Irene Ivoi

Tutto il mondo è paese… (ce lo dicono i muri delle città)

Lo sentivo dire dagli adulti, quando ero bambina.

Come un proverbio mantra che si ripeteva, rinnovandosi.

Non mi piaceva un granché perché non c’era nessuna sorpresa in agguato in quel piccolo gioco di parole, ma sotto sotto era rassicurante.

Adesso torno a casa da un soggiorno in Portogallo di diversi giorni e tra le tappe visitate non poteva mancare Lisbona, fascinosissima come sempre. E quindi non a caso diventata sede amata e tormentata dai turisti.

Ebbene sì perché il dilemma è indissolubile: più la ami e più la trasformi in oggetto di tormento, togliendo vita a chi ci vive.

È incredibile quanto l’abbia trovata farcita di Tuc Tuc impennacchiati da fiori di plastica, con driver  colorati, che per 100 euro ti scarrozzano per un’ora ovunque tu voglia; per non parlare di trattorie, e pub che in alcune zone rendono l’aria pregna di odori non sempre masticabili, e poi immancabili code per visitare alcuni transiti considerati “place to be”.

E allora ho cominciato a leggere i muri

E quando lo fai anche fuori del centro (brieffata da amici che ci vivono) le sorprese sono rimarchevoli.

Perché capisci che ancora una volta Tutto il mondo è paese.

E questo lo dico dopo aver vissuto, e quindi osservato, contesti a me cari in più pezzi di mondo, trasformarsi in approdi turistici

Con l’aggravante delle locazioni brevi che introducono sul campo di gioco un player nuovo con la conseguenza che le abitazioni per i residenti si riducono.

Poiché quando sono in tanti a farlo in una condizione di libero mercato ….  si rompe il legame tra spazio e vita quotidiana: chi può spendere di più per lo stesso spazio lo vince. Cioè se lo aggiudica.

E quindi i turisti valgono più dei bambini perché diventa prioritario accoglierli invece che generare figli o accogliere (famiglie con) bambini. È molto più redditizio. E non mi dilungo sulla strage di cluster di individui che, dai turisti in giù, vengono sacrificati fino ad arrivare alle famiglie con bambini.

Chi ci abita dice che è sempre più difficile trovare abitazioni in affitto e io ho visto innumerevoli strade, dove in passato erano di casa panni stesi e fado, abitate da keybox, lavanderie a gettoni, concept store e pub breakfast con code mattutine sui marciapiedi.

Probabilmente anche Lisbona farà la fine di quelle città sempre più fragili da cui i residenti fuggono per non tornare, e in Italia ne abbiamo diverse da annoverare. Città che non trattengono i residenti ma preferiscono diventare territorio  da calpestare in cambio di qualche stipendio….

È quello il tema: quando non hai altro è pur sempre uno stipendio che purtroppo non ti aiuta a domandarti cosa perdo e cosa effettivamente guadagno.

Il fatto stesso che sia uno stipendio lo traduce in ricchezza.

E lì le pubbliche amministrazioni hanno un ruolo immenso: aiutare a chiedersi e chiedere ai loro cittadini che futuro e che turismo vuoi o ti immagini affinché sia leggero e abitabile.

A questo riguardo ho trovato coraggioso, e sicuramente impegnativo, il percorso FutureLab condotto da Dolomiti Paganella perché, senza facili scorciatoie, sceglie di interrogare la propria comunità nel decidere quale turismo desiderare in futuro.

Quindi ascoltare gli stakeholder principali senza dimenticare i cittadini, per distillare dei criteri (la loro carta dei valori) che stanno ora ispirando il lavoro conseguente.

Ciò che mi è piaciuto di più?

Tanti spunti non solo di contenuto ma anche di forma e che mi hanno fatto venire in mente gli ingredienti del nudge, in particolare che si sono posti l’obiettivo di misurare non solo arrivi e presenze ma impatti socio-economici e qualità della vita dei residenti, oltre che accrescere qualitativamente il lavoro di chi sceglie di operare nel settore del turismo (cosa a cui non pensa quasi nessuno). E inoltre la scelta di leggere il loro territorio su 365 giorni, e quindi lavorare su attività spalmate su 4 stagioni invece che pregare che nevichi, mi sembra ben più strategica e funzionale ad una economia rispettosa.

Ne sapremo di più prossimamente

Irene Ivoi

Mi sono laureata in industrial design con una tesi di economia circolare nel 1992. L’economia circolare in quel tempo non esisteva ma le ragioni per cui sarebbe dovuta esistere mi erano chiarissime. E per fortuna sono state la mia stella polare. Da sempre progetto strategie, comunicazioni, azioni, comportamenti ispirati ad un vivere più ricco di buon senso e con meno rifiuti.