Luglio 10, 2026 Irene Ivoi

Etacqua: un progetto che parte da un’analisi dei nostri comportamenti di uso dell’acqua

Ho appreso da non molto che esiste un progetto di ricerca, a cura di Gruppo Cap, Fondazione Cariplo e Istituto Sant’Anna, Centro Interdisciplinare Sostenibilità e Clima, Area di Ethics and Global Challenges, sull’acqua che utilizziamo nelle nostre case.

Qual è l’obiettivo?

Analizzare le conoscenze, le percezioni e le norme sociali che improntano il rapporto quotidiano con questa risorsa primaria per favorire consumi domestici più consapevoli e sostenibili.

Il progetto di due anni, si chiama Etacqua (“Analisi ETico-sociale e proposte di intervento su Abitudini di Consumo individuali di acQUA per usi civili”), è nato da una proposta della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dal sostegno del Gruppo CAP e di Fondazione Cariplo, e si inserisce nel Piano di Sostenibilità 2033 di Gruppo CAP.

I risultati della prima fase sono stati presentati poche settimane fa a Milano nel workshop “Consumare meno, consumare meglio”. Essa ha coinvolto un campione rappresentativo di 1.000 utenti del servizio idrico integrato per indagare il loro rapporto di conoscenza, familiarità e consumo dell’acqua di rete.

Conoscere per agire

Quanto ne sappiamo di acqua, quanto disinvoltamente o coscienziosamente la usiamo, e quanto la conosciamo per poi immaginare soluzioni anche di design comportamentale. È questo il senso e a tale riguardo ecco cosa ci dice Matteo Colle, direttore relazioni esterne e sostenibilità di Gruppo Cap, già presente nel mio libro con un’intervista proprio dedicata alle policy comportamentali di Cap Group,  «ETACQUA ci restituisce un quadro chiaro: il modo in cui percepiamo l’acqua influenza il modo in cui la usiamo. La ricerca evidenzia una distanza significativa tra consumi reali e consumi percepiti, soprattutto nei gesti più ordinari della vita domestica. Da qui nasce una responsabilità precisa per un gestore pubblico come Gruppo CAP: accompagnare i cittadini verso una maggiore consapevolezza del valore dell’acqua, affiancando alla qualità del servizio e agli investimenti sulle infrastrutture un lavoro culturale capace di incidere sulle abitudini quotidiane. La transizione idrica si costruisce anche così: rendendo ogni persona parte attiva nella tutela di una risorsa essenziale per il presente e per le generazioni future»

Quindi chapeaux 👏 👏 👏 👏 a tutti gli attori coinvolti e vediamo cosa è emerso da questa prima survey

I PRINCIPALI RISULTATI

  • Il 56,2% degli utenti considera l’acqua nella propria area una risorsa poco o addirittura per nulla limitata.
  • Solo il 15,2% ritiene che i consumi idrici domestici abbiano un impatto ambientale elevato.
  • Quasi l’80% sottostima il consumo d’acqua associato a una doccia di dieci minuti.
  • Il 42,2% dichiara di non bere mai acqua del rubinetto, pur utilizzandola abitualmente per cucinare e per l’igiene personale.

 

A peggiorare il quadro interviene anche un diffuso effetto di “autoperdono” o “sconto morale” per cui il 63,6% degli intervistati ha la coscienza a posto: è certo che gli altri giudicherebbero i propri consumi “nella norma”. Sentendosi o reputandosi non difforme da potenziali giudizi altrui, ancor di più non avverte alcuna urgenza di modificare i propri comportamenti.

Tutto può restare esattamente com’è per costoro.

Visto anche che la percezione di limitatezza della risorsa tocca meno di un cittadino su due, a differenza per esempio di ciò che accade in territori dove l’acqua viene razionata quotidianamente, specie in estate. Ma è un paradosso anche solo pensare che la consapevolezza delle persone si possa guadagnare a suon di razionamenti.

Perdersi in bagno

Colpisce che l’80% del campione sottostimi quanta acqua scorre in una doccia di dieci minuti. Per quasi un utente su tre (il 34,8%), la discrepanza risulta addirittura macroscopica: stimano un impiego inferiore ai 10 litri, ignorando che l’effettivo si attesta tra i 120 e i 150 litri.

Non è un caso infatti che negli ultimi anni si stanno diffondendo accessori tipo contalitri o altri sistemi di evidenziazione applicati ai doccini, proprio per aiutarci ad abbreviare le nostre docce. In tal senso il design comportamentale docet.

E infine l’annosa questione dell’acqua da bere

È sempre triste apprendere che 4 persone su 10 non la bevono mai. Non aprono cioè mai il rubinetto per dissetarsi, preferendo altre modalità di approvvigionamento.

Chi mi conosce sa che questa è per me una battaglia di civiltà. Un paese civile, secondo me, si riconosce anche dalla fiducia con cui si affida al rubinetto per dissetarsi.

Noi abbiamo ancora un po’ di strada da fare.

Irene Ivoi

Mi sono laureata in industrial design con una tesi di economia circolare nel 1992. L’economia circolare in quel tempo non esisteva ma le ragioni per cui sarebbe dovuta esistere mi erano chiarissime. E per fortuna sono state la mia stella polare. Da sempre progetto strategie, comunicazioni, azioni, comportamenti ispirati ad un vivere più ricco di buon senso e con meno rifiuti.