Luglio 24, 2023 Irene Ivoi

Quando chi fa second hand diventa lo psicologo del quartiere

Ero a Roma un po’ di settimane fa con Valentina Cipriano. Non ci vedevamo da diversi mesi e avevamo in agenda una visita da Okidoki, da lei organizzata con parecchia curiosità da parte mia.

Ci ha subito colpito l’insegna: curata, allegra e condita da parole inequivocabili (per noi due).

“Apri il tuo armadio, portaci i capi più belli.

Noi li vendiamo per te

Solo capi già amati”

Ci scambiamo un’occhiata, sbirciamo dentro e vediamo colori, luce, ordine e nulla di arruffato all’orizzonte.

Tutto ciò che lì si vende è perfetto, nessun filo tirato, nessuna macchia o alone in agguato, scarpe che sembrano nuove, accessori, cinture, piccola bigiotteria.

E così conosciamo le “due ragazze” che lo gestiscono. Hanno entrambe la passione per il vintage e i mercatini dell’usato, li frequentano da sempre ed è come se avessero fatto un master in cultura pop. Era diventato un sogno segreto gestire uno shop di vintage …e magari non riuscivano a confessarselo per poi invece fare il salto. È dovuto arrivare il covid, con le conseguenti riflessioni su vita, lavoro e futuro, per innescare piano piano la decisione di intraprendere questo cammino.

È aperto da settembre 2022 e tutto ciò che c’è lì dentro è Preloved (ben più raffinato del seconda mano), dagli arredi agli oggetti in vendita.

Come funziona?

Okidoki è un franchising che nasce a Prato da un’idea di una imprenditrice che a partire dal 2021 cresce e diventa un network ad oggi di 16 punti vendita.

L’idea non è originale: dare un futuro ad abbigliamento usato di qualità.

Prodotti lavati, quasi immacolati, mai poliestere, tessuti solo naturali.

Si parte da quello che giace nei nostri armadi, che spesso dimentichiamo o non riusciamo ad indossare per i motivi più diversi. Eppure liberare spazio per fare spazio al nuovo è fondamentale…e così le due ragazze avviano l’attività iniziando con il vendere i propri vestiti.

E la formula funziona, e il passaparola idem.

Perché il buffering avviene grazie a chi passa, si ferma, entra, compra (o anche no) e scoprendo che si può portare i propri capi ci ritorna per venderli. E magari compra anche qualcosa…perché la febbre da shopping (si sa) è inesauribile.

Ovviamente i capi portati vengono selezionati, si concorda un prezzo e poi nei mesi successivi, se resta invenduto, quel prezzo scende.

Il meccanismo per ora sta girando senza aver ancora speso un euro in pubblicità e le due ragazze non hanno alcun rimpianto per il lavoro che facevano prima.

Il loro futuro è qui.

E ci dicono con un sorriso tenerissimo che ogni volta che arriva un sacchetto di nuovi prodotti è come scartare un regalo. C’è sempre un’inguaribile desiderio di scoprire gli ex sogni di qualcuno che diventano piccoli sogni per qualcun altro.

E quegli ex sogni vengono raccontati da chi porta i capi: i loro clienti “fornitori” vogliono spiegare dove hanno comprato quella borsa o quel vestito, quando, con chi e perché lo hanno scelto e indossato, ed anche perché se ne allontanano o anche a chi era appartenuta/o.

Avete mai pensato che forse siamo l’ultima generazione che collega gli acquisti reali a dei ricordi familiari?

Scherzando le due ragazze dicono che stanno diventano il banco psicologico del quartiere (un vero posto di s-blocco), un luogo dove cioè le persone senza fare troppa strada trovano qualcuno a cui raccontare le storie dei loro vestiti, che di fatto sono le loro storie.

Tutto ciò arricchisce il valore della loro attività che si inserisce nel quartiere e da esso trae e trova forza.

E allora hanno deciso di raccogliere queste storie e munire di etichetta Qr code i capi con storytelling.

Riusciranno questi a trovare più facilmente dei compratori? Sarebbe un test utile.

Che mi richiama alla mente l’operazione di Celia Pym che in una performance al V&A a Londra ha riparato per giorni capi di sconosciuti solo a condizione che le venisse raccontata la storia.

Ma tornando a Okidoki, la loro magia sta nel riuscire a parlare alle persone, raggiungere il cuore di chi cede e provare a raggiungere il cuore di chi compra.

Vogliamo chiamarlo nudge?

Lo è nella misura in cui quel banco diventa un “posto di sblocco” che innesta ingredienti non solo funzionali ma di natura emotiva (vedasi la comunicazione sul Già amato e lo storytelling ammesso) e quindi in grado di agire sulla nostra disponibilità a cedere (oltre che a comprare) senza fare leva solo sulle motivazioni economiche.

Quello store attiva il piacere del dono e della ridestinazione funzionale che per molti ha più significato del ritorno economico.

Quel negozio è costruito perfettamente per innescare azioni virtuose (di cessione e acquisto usato) perché è accogliente, pulito, rispettoso verso i capi esposti, strizza l’occhiolino ai trend modaioli, non ti fa sentire povero, non parla agli ultimi.

Parla davvero a tutti.

Quindi funziona perché in grado di spingerci a cedere (oltre che a comprare), favorisce la sottrazione invece che solo l’accumulare, spesso senza senso.

In logica nudge si può migliorare?

Quasi sempre un’azione del genere è migliorabile. In questo caso io userei l’ingrediente del timely e proverei a coinvolgere le persone con una comunicazione che faccia uso della norma sociale.

Ma forse non serve, perché funziona già bene così.

 

Irene Ivoi

Mi sono laureata in industrial design con una tesi di economia circolare nel 1992. L’economia circolare in quel tempo non esisteva ma le ragioni per cui avrebbe dovuto esistere mi erano chiarissime. E per fortuna sono state la mia stella polare. Da sempre progetto strategie, comunicazioni, azioni, comportamenti ispirati ad un vivere più ricco di buon senso e con meno rifiuti.